Parlando di mafia e interrogandoci su molti aspetti di questa organizzazione criminale, ci ha affascinato e incuriosito molto il ruolo della donna all’interno di questa realtà. Ci sono le donne nella mafia? Hanno effettivamente dei compiti da svolgere?  Viene data loro importanza? Sono libere di scegliere se farne parte o meno? Qual è generalmente il loro atteggiamento riguardo al mondo mafioso di cui fanno parte?

Nonostante non possano entrare effettivamente all’interno delle organizzazioni mafiose, le donne svolgono un ruolo decisivo: a loro sono infatti affidate azioni legate all’ambiente culturale e criminale dell’organizzazione. Alcune svolgono una funzione passiva: è come se fossero “l’oggetto di scambio” nelle diverse strategie. Esse sono costrette a rinunciare ai propri sentimenti, per dare spazio a matrimoni combinati. Spesso, dopo essersi sposate, la loro funzione può passare da passiva ad attiva. Quest’ultima consiste, prevalentemente, nel ricordare agli uomini della propria famiglia di compiere vendetta in caso di mancanza di rispetto verso il codice d’onore. Anche se le donne sono escluse dall’ambito pubblico della mafia, in alcuni casi possono diventare addirittura le protagoniste di traffici di droga, o di sodalizi criminali. Nel corso del tempo, il ruolo della donna è cambiato per diversi fattori. Infatti, a partire dagli anni 70, i boss hanno esteso le proprie attività illecite sia in termini di traffico, sia in termini geografici. Da qui, l’ingresso delle donne è stato favorito dai traffici di stupefacenti e dall’espansione del settore finanziario. A partire poi dagli anni 90, il suo ingresso nella mafia è stato favorito dagli effetti della repressione statale: la cattura di molti capi, infatti, ha provocato una progressiva perdita di potere per le organizzazioni mafiose; fu quindi necessario che mogli e madri iniziassero a gestire i diversi traffici famigliari. L’unica condizione affinché una donna prendesse parte a queste attività, era la sua appartenenza ad una famiglia mafiosa: più la famiglia era importante, altrettanto lo era il suo ruolo all’interno.  In conclusione, la figura femminile può passare dallo svolgere un ruolo insignificante, fino ad arrivare a ricoprirne uno decisivo.

NON TUTTE LE DONNE SONO OMERTOSE…

Quando pensiamo alla donna nell’ambito mafioso, siamo soliti riferirle l’aggettivo “omertosa”, cioè volta a coprire condotte delittuose, a nascondere l’identità di chi ha commesso un reato o a tacere circostanze utili alle indagini dell’autorità giudiziaria. Durante il nostro percorso incentrato su questo argomento, ci siamo chiesti se tutte le donne fossero così, se sia meglio restare in silenzio oppure liberarsi dalle minacce, da quella situazione di sottomissione che soffoca la “voglia di vivere” di chi desidera la libertà. Nel vocabolario della mafia la parola “libertà” non trova molto spazio e, per questo, scegliere di essere liberi costituisce una scelta molto rischiosa, tanto da mettere in pericolo la propria vita. Con l’obiettivo di approfondire meglio questi concetti, ci siamo informati sulla vita di una delle figure femminili più note in questo ambito: Lea Garofalo. Per farlo abbiamo guardato il film “Lea”, che narra appunto la storia della sua vita. Lea era una donna coraggiosa, che sognava un futuro lontano dalla mafia, dal sangue, dal crimine e dalla malavita, sia per lei che per la figlia Denise. Testimone di giustizia e vittima della ‘Ndrangheta, rifiutava di essere definitiva “omertosa”. Del mondo della mafia, non ne aveva mai fatto parte. Avrebbe voluto studiare e fare l’avvocato, ma la realtà in cui si è trovata a crescere non glielo ha mai permesso. Oggi la sua immagine è simbolo di coraggio e storia di una donna che ha perso la vita per la verità.

Film LEA Trailer de UT

“Con Carlo non ci sto più bene, me ne voglio andare. – Quello è il tuo uomo, non te ne puoi andare. – Ma cos’è, il Medioevo?”

(Lea)

             “Non posso più vedere che mia figlia ha paura. Aiutatemi”.

             (Lea)

“Io non la volevo uccisa, solo picchiata né piano, né forte. Normale”.

(Marito di Lea)

LE NOSTRE RIFLESSIONI SUL FILM…

Dopo la visione del film abbiamo deciso di prenderci del tempo per riflettere insieme e per condividere quello che sentivamo e provavamo. È stato un film che ha toccato ognuno, perché ha mostrato e spiegato in maniera semplice una tematica molto delicata e importante. Ci siamo interrogati sul coraggio che Lea ha mostrato e sulle difficoltà che ha dovuto combattere. La paura è l’arma più potente e la mafia la usa continuamente per poter mantenere il controllo sulle persone e sulle loro vite; le vittime si sentono in trappola e spesso la soluzione migliore per loro è quella di collaborare. La paura blocca e non permette sempre di agire come si desidera o come si crede sia meglio. Questa storia, come altre, ha dato forza e speranza, ha aiutato a combattere la malavita e gli effetti che questa ha sulla società. Agire per il bene e per la giustizia è la cosa più bella e disarmante che si possa fare, abbattere l’indifferenza è quello che ci viene chiesto come cittadini. Nel nostro piccolo dobbiamo imparare a interessarci e a prenderci cura di quello che ci accade intorno. Prenderci cura significa essere strumento d’amore, significa mettersi a servizio degli altri. Abbiamo compreso che è importante ascoltare chi ci è vicino per capire come aiutarlo, e che è sbagliato giudicare in quanto molte persone si sentono in trappola e abbandonate dallo stato e dai concittadini a questo destino. La mafia da sola non vale niente, la mafia si nutre della paura e dell’indifferenza. Siamo tutti chiamati a combatterla come ha fatto Lea, e ognuno di noi è indispensabile in questa battaglia.

“Lea, la mia cara mamma, ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia, la forza di non piegarsi alla rassegnazione e all’indifferenza”.

(Denise)